Un’esperienza positiva

Come si vive in quarantena quando tutti gli altri non lo sono? 

Improvvisamente mi sono ritrovata catapultata in una realtà parallela. Una telefonata dell’Asl mi avvisa di essere il “contatto” di un positivo, obbligandomi ad una quarantena “fiduciaria” di due settimane, durante le quali ho fatto i tamponi di verifica del mio stato. Così, senza avere alcun sintomo e nessun retro pensiero mi sono sottoposta ai controlli del caso, scoprendo di essere “positiva” in forma totalmente asintomatica e inconsapevole. Se anche fossi risultata negativa al primo tampone, avrei dovuto comunque attendere la fine della quarantena (14 giorni) prima di riprendere una vita normale. Essere segnalati come “contatto” dà comunque un vantaggio: ci obbliga a rimanere a casa e quindi a non fare “danni” in giro! La prima reazione è stata di paura. Cosa mi accadrà? Mi ammalerò? La seconda, più potente, la vergogna. Adesso avranno tutti il timore di essere stati contagiati da me. Cosa accade in questi casi? Durante il lockdown nazionale eravamo tutti sulla stessa barca, adesso quella barca si è trasformata in una zattera dove navigo, a vista, da sola. Sola, rispetto ai miei figli, che non possono avere alcun contatto con me. Sola, in una stanza dove la vita si è cristallizzata. Sola, concentrata su me stessa, senza attenuanti e senza sconti. 

Isolamento domiciliare, appunto.

D’altro canto, però, si sono attivati dei meccanismi di solidarietà, che mi hanno fatto riflettere sul significato di questa solitudine solo apparente. L’amica di una vita che mi porta il pane fresco tutti i giorni, un’altra che lascia il croissant sul pianerottolo dopo aver accompagnato i figli a scuola, quella che teme il peggio se non rispondo al messaggino di whatsapp, il ragù fatto in casa da chi mi ama, il pesto della zia, la torta mono porzione e lo spumante per festeggiare in differita il compleanno di mia figlia, la cioccolata con le nocciole, un pacchetto di sigarette, un libro per stimolare la creatività, la telefonata che mi tiene compagnia e quella che mi scalda il cuore, perché proprio non me l’aspettavo. Questa rete di amore spontaneo e solidale mi aiuta a sentirmi parte di un sistema di valori che è il vero sostegno di ognuno di noi. Quanto migliore sarebbe la nostra società se tutti ci mettessimo “a servizio” dell’altro? “Darsi agli altri” oggi per me è un proposito che passa attraverso il concetto di sottrarre anziché aggiungere, fare un passo indietro anziché in avanti, rinunciare anziché pretendere. Dall’inizio del mio isolamento l’andamento generale della diffusione del virus sta peggiorando progressivamente. Ci vuole più tempo per richiedere un tampone e la coda al “Drive through” è sempre più lunga ogni settimana. Non leggo in modo compulsivo le notizie, perché credo che l’atteggiamento di ogni singolo individuo sia alla base di una buona gestione del problema. Dobbiamo passare dalla generalizzazione alla personalizzazione dei comportamenti. Ognuno di noi è garante della propria e dell’altrui salute, non perché dobbiamo osservare un protocollo ed eseguire un regolamento preciso, ma perché siamo chiamati ad una responsabilità civile.

Cito Andrea Marcolongo, autrice del libro “La misura eroica” che sto leggendo in questi giorni: “I greci ci insegnano che la preposizione da usare per prendersi  cura di chi si ama non è affatto “con”, complemento di compagnia. Stare accanto a chi soffre non è questione di geografia, presenza o assenza fisica, vicinanza o lontananza, ma di comune sentire. La preposizione dell’amore è “in”, complemento di stato un luogo, presenza non fisica ma sentimentale. Essere nello stesso dolore come nella stessa felicità.

Sto sperimentando la presenza costante di chi pragmaticamente mi assiste in questa situazione. Il “prendersi cura” non è mai un’azione unilaterale, è un viaggio che si fa insieme, immedesimandosi nella situazione dell’altro. Non c’è altro modo. E questo rispetto, questa comprensione rende tutto accettabile e affrontabile. Fa sentire accuditi e accudenti. I feedback di chi sta vivendo questa situazione sono fondamentali per estirpare la grande ignoranza, imperante su questo tema. Siamo bravissimi a snocciolare statistiche sull’andamento del virus, in Italia come in Europa, sappiamo tutto sulle condizioni di salute del presidente Trump, ma siamo  totalmente impreparati su cosa accade quando sul referto del tampone leggiamo la scritta “Rilevato”. Non siamo solo noi ed i nostri famigliari conviventi ad essere colti alla sprovvista, anche le nostre case devono subire un cambiamento  profondo, adattarsi ad accogliere un parente che diventa “caso”. Si sceglie la camera più vicina al bagno o con il servizio annesso, si sposta il computer, la tv, si creano nuovi percorsi e abitudini: spesso queste opportunità non ci sono e allora il positivo viene trasferito in strutture ospedalizzate a seconda della gravità. I molti messaggi ricevuti di curiosità, stupore o preoccupazione, hanno un comune denominatore:”Io non ce la farei mai”, “Allora col cavolo che mi faccio il tampone”, “Ma secondo te quando ci siamo visti a fine agosto ce lo avevi già?”. Improvvisamente sono diventata per tutti una dispensatrice di consigli e (a loro avviso) somma esperta di Covid, persa in una giungla di interrogativi assurdi e inquietanti a cui sono stata sottoposta, mio malgrado.

Nei mesi precedenti abbiamo imparato a fare la spesa on line, ad acquistare libri, accessori e beni di prima necessità. Lo squillo del citofono annuncia che non moriremo di fame, che il libro che serve è arrivato, che le medicine, le mascherine, i guanti sono a disposizione. Tutto arriva in tempi brevi. Ma non è il cibo ciò di cui sentiamo la mancanza. Abbiamo usato le mascherine come gli occhiali da vista dopo i 40 anni, una in ogni situazione, per non rimanere senza: nell’auto appese allo specchietto, nel cassetto della scrivania in ufficio, in tutte le giacche e  borsette. Ci siamo procurati le più carine, glam, con le iniziali, con il logo della pizzeria o del meccanico, riciclabili o monouso, in pendant con gli accessori moda (anche le mascherine in fondo parlano di noi!). Ci hanno detto che non potevamo uscire di casa senza, poi che dovevamo portarle solo nei negozi e nei luoghi affollati, poi che potevamo farne a meno in spiaggia. Alla fine le abbiamo relegate al ruolo di oggetto da tenere in borsa, non si sa mai. Siamo animali adattabili, tendiamo a dimenticare in fretta comportamenti per noi innaturali, come il distanziamento sociale. Se c’è una cosa che ho appreso da questa esperienza è che se pure conduciamo una vita appartata e morigerata, questo virus non ce lo trasmette il fanatico della movida, il farmacista dietro il bancone, il signore che fa la fila alla cassa davanti a noi, l’idraulico che viene a fare una riparazione a casa.

Purtroppo il vero “problema” sono i contatti con le persone che amiamo, quelle che invitiamo a casa perché “noi al ristorante non ci andiamo”, quelle che “ma che fai non me lo dai un abbraccio?”, quelle che andiamo a trovare quando rientriamo dalle vacanze, che abbracciamo nel selfie, che invitiamo a bere un caffè, a cui prestiamo il cellulare per fare una telefonata, quelli a cui confidiamo le nostre ansie o i nostri progetti. Sono gli intimi quelli che ci fanno abbassare la guardia, soprattutto se asintomatici, e più sono intimi, meno sintomi hanno, più sono “pericolosi” perché il distanziamento da loro proprio non ci riesce! Ma è un rischio che non possiamo non correre, perché il nostro equilibrio finirebbe in frantumi.