Tutti pazzi per gli oscar   “Roma”

“Roma” il film scritto e diretto da Alfonso Cuarón, regista messicano vincitore tre oscar (miglior film straniero, migliore regia, migliore fotografia) e del Leone d’oro alla 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Ho aspettato qualche giorno prima di scrivere le mie emozioni circa questo film.
Ho atteso che si sedimentassero i pensieri, che le scene riposassero sotto le palpebre, di dormirci su, lasciando che venisse a cercarmi la storia, gli occhi dolci e distaccati, timidi e reattivi di Cleo, la protagonista.
Un film che dura oltre due ore, visto al termine di una domenica indolente, all’ultimo spettacolo, in un piccolo cinema d’essai molto affollato.
Faticoso, ho pensato, arrivare alla fine, poi però ho incontrato lo sguardo di Cleo, la colf di una famiglia agiata che viveva in un quartiere residenziale di Città del Messico, Colonia Roma appunto, che da il titolo alla pellicola. La sua calma atavica, l’innocenza incorrotta, quel senso di
sottomissione alla vita, di consapevolezza dei ruoli, di monotona
ripetizione di gesti, in quel luogo-non luogo che è la famiglia.

Succede proprio questo: nell’apparente calma di una routine convulsa e affollata, si svolge la regia silenziosa di chi abita e presiede la casa (non a caso la maggior parte delle scene si svolge all’ingresso dell’abitazione, nell’andito di un portone -garage dove i personaggi entrano ed escono come in una pièce teatrale) ed ha uno sguardo privilegiato, a volte distaccato, altre coinvolto, onnicomprensivo oserei dire, su ciò che avviene. Mentre i gesti quotidiani si ripetono rassicuranti ed ipnotici come un mantra, una certezza che sfiora la ciclicità delle stagioni, la parabola giornaliera che compie il sole di fronte al nostro apparente disinteresse, Cleo sperimenta, nei ritagli di vita privata, l’amore e poi la delusione, l’egoismo maschile, la paura che tutto possa sfaldarsi dentro di lei, quando già si sta sfaldando al suo esterno, con la pacatezza ed il senso di impotenza di ciò che è accaduto e di come potrà evolvere. Una casa che è in realtà un gineceo, il maschile è solo accennato oppure declinato nei termini del caos, dell’agitazione, della totale incapacità di offrire un conforto. Uomini evanescenti e dannifici, uomini che sanno solo recitare il peggio di loro e di chi li ha preceduti; animali insomma. E allora il gineceo diventa bunker, nido, mangiatoia e stalla…. diventa “agorà” dove il dolore di ognuno si sublima nell’amore di tutti… diventa eroismo silenzioso.
È un film potente. La scelta del bianco e nero e la versione in lingua originale con sottotitoli rendono più preziosa ed autentica la sua visione.

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